Vincenzo Linarello: «La lettera del vescovo è importante, ma le omissioni della Chiesa sono ancora molte»

Da secoli il santuario della Madonna di Polsi è il “santuario della ‘Ndrangheta”: fin dai tempi dei Borbone – scrive Enzo Ciconte, uno dei più autorevoli studiosi della criminalità calabrese (nel suo libro ‘Ndrangheta dall’Unità a oggi, Laterza, Bari, 1992) – “si consentiva l’accesso al santuario anche agli uomini armati, anche se sprovvisti di un regolare porto d’armi. Capitava, così, che ogni anno al termine della festa della Madonna (nella prima domenica di settembre, ndr) si rinvenissero tra i boschi uno o più cadaveri. Erano persone condannate dal tribunale della ‘Ndrangheta, che teneva lì proprio in quell’occasione il raduno annuale dei capi-bastone ed emetteva le sue sentenze inappellabili”. E Isaia Sales, nel suo libro I preti e i mafiosi, ricorda i primi vertici della ‘Ndrangheta attestati a Polsi fin dal 1903, l’omicidio “come un capobastone” nel 1989 di don Peppino Giovinazzo (coadiutore del santuario), i controlli della polizia fra i fedeli e le conseguenti proteste dei priori del santuario – come quelle di don Pino Strangio, nel 1999: i magistrati “sono anni che ci perseguitano” – fino alla “pace” fra i clan dopo la strage di Duisburg del ferragosto 2007 siglata proprio a Polsi. Eppure, nota Sales, non c’è stato nessun intervento delle gerarchie ecclesiastiche “per separare il culto genuino di migliaia di calabresi da quello dei capi della ‘Ndrangheta, anche solo per dire che la Madonna di Polsi appartiene alla devozione popolare e non può proteggere dei mafiosi”.


Per approfondire la storia del santuario di Polsi, i rapporti religiosità popolare-‘Ndrangheta e l’impegno della Chiesa locale, a partire proprio dall’intervento del vescovo di Locri Fiorini Morosini, abbiamo intervistato Vincenzo Linarello, presidente del Goel (il consorzio di cooperative sociali della Locride nato anche per impulso di mons. Giancarlo Bregantini, ora a Campobasso) e direttore dell’ufficio per la Pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Locri.


Cosa ne pensi della lettera del vescovo Morosini?


Mi è sembrata un’iniziativa quanto mai opportuna: la Chiesa deve rendere chiara ed esplicita la sua dissociazione da queste forme di religiosità mafiosa e paramafiosa.


Quello del vescovo è stato un atto isolato?


No. Si colloca all’interno di un percorso di “purificazione” delle tradizioni religiose popolari e di una valorizzazione dei momenti civili delle feste cattoliche che si sta tentando di portare avanti a livello diocesano. A Gioiosa Ionica, per fare un solo esempio, in occasione della prossima festa di san Rocco, verrà anche don Ciotti che parlerà ai fedeli di Vangelo e legalità proprio durante i festeggiamenti popolari.


Quale aspetto delle lettera ti sembra più incisivo?


Quello in cui si parla della totale estraneità di questi rituali religiosi-mafiosi con il Vangelo di Gesù. Credo che questo sia stato, e talvolta sia anche oggi, il grande errore delle Chiese del Mezzogiorno: puntare soprattutto su una morale individuale ed individualistica tralasciando di mettere direttamente in collegamento il Vangelo e i comportamenti sociali delle persone. Invece bisogna dire a gran voce che la fede deve fare ed operare per la giustizia e per la giustizia sociale, bisogna dire che le mafie sono il peccato.          


Il santuario della Madonna di Polsi è storicamente un luogo caro alla ‘Ndrangheta: come è potuto succedere?


Anche per le omissioni e i silenzi della Chiesa relativi alla totale incompatibilità fra mafia e fede. Per quanto riguarda i nostri tempi, credo che il primo ad aver “riaperto” quel luogo per restituirlo a tutti fedeli tentando di sottrarlo agli ‘ndranghetisti sia stato il vescovo Bregantini. Resta però il fatto che la ‘Ndrangheta ha bisogno di santuari e di religiosità popolare per “incensare” le proprie barbarie e tranquillizzare le coscienze degli affiliati. Per questo credo che non abbandoneranno facilmente il santuario di Polsi.


Cosa fare allora?


Le parole di mons. Morosini sono molto importanti, ma da sole non possono bastare. Tutti devono smettere di tacere o di colludere. È necessaria una nuova pastorale, che sia portata avanti dai preti dei piccoli paesi ma anche dai laici delle comunità cristiane, affinché gli ‘ndranghetisti si sentano quotidianamente degli eretici, degli estranei al Vangelo.


Mafiosi e cattolici: come è possibile? 


Non è possibile. Ma dal momento che succede, credo che la responsabilità sia di tutti coloro che, nella Chiesa, lasciano intendere che invece sia possibile.


Luka Cocci

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