Preti pedofili. L’Onu “scomunica” la santa sede

Severissimo atto d’accusa nei confronti del Vaticano da parte della Commissione Onu per i diritti dei minori sulla questione dei preti pedofili. «La santa sede – si legge nel più corposo dei rapporti presentati il 5 febbraio 2014 a Ginevra – non ha riconosciuto l'ampiezza dei crimini commessi, non ha preso le necessarie misure per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini e ha adottato politiche e pratiche che hanno portato a una continuazione degli abusi e all'impunità dei responsabili». In sostanza, questa l’accusa dell’Onu, ha tollerato e permesso che molti preti e religiosi commettessero abusi e violenze su bambini e minori.

 

Il rapporto stilato dai 18 esperti della Commissione delle Nazioni Unite sull'applicazione della Convenzione sui diritti del fanciullo (ratificata dal Vaticano nel 1990) è stato redatto dopo che, a metà gennaio, erano stati ascoltati i rappresentanti della santa sede, in particolare monsignor Silvano Tomasi, che aveva presentato a Ginevra il resoconto sull’applicazione della Convenzione da parte del Vaticano, assicurando che anche la chiesa cattolica voleva diventare un modello nella lotta contro gli abusi. E infatti il documento della Commissione Onu riconosce l’impegno e alcuni passi avanti compiuti dalla santa sede sia a livello legislativo – dalle norme introdotte da papa Ratzinger fino a quelle, più recenti, di papa Bergoglio, entrambe più restrittive e severe, sebbene lacunose soprattutto rispetto alle relazioni con le autorità civili – sia a livello pastorale, con l’annuncio da parte della santa sede, nello scorso mese di dicembre, della costituzione di una commissione speciale per il contrasto alla pedofilia e la protezione e la cura delle vittime di abusi.

 

Ma segnala anche tutti i limiti e le omissioni dell’azione e degli atteggiamenti delle istituzioni ecclesiastiche nei confronti del fenomeno della pedofilia e dei preti e dei religiosi che hanno commesso abusi su minori. In particolare si punta il dito su tre aspetti che riguardano sia la prevenzione e la protezione delle vittime, sia le misure punitive e repressive verso coloro che sono riconosciuti colpevoli.

 

Il primo è la pratica, spesso ancora in vigore nonostante tutti gli aggiornamenti e gli inasprimenti normativi, di trasferire i responsabili degli abusi da una parrocchia all’altra, oppure in un altro istituto religioso, spesso in un luogo distante, talvolta anche all’estero, nel tentativo di nascondere gli abusi e le violenze compiute e di proteggere i preti. Una procedura, rileva il rapporto, che «mette a rischio i minori di molti Paesi, con decine di autori di abusi sessuali che sono ancora in contatto con bambini e adolescenti».

 

Il secondo è la scarsa trasparenza: molti casi di abuso e violenza sono sconosciuti perché i dossier rimangono chiusi negli archivi ecclesiastici. L’invito che la Commissione Onu rivolge alla Santa sede è di rendere accessibili i propri archivi, in modo che chi ha abusato e «quanti ne hanno coperto i crimini» possano essere chiamati a risponderne davanti alla giustizia civile. A questo proposito si chiede di fare piena luce sulla vecchia vicenda delle “case Magdalene”, in Irlanda, istituti gestite da suore dove migliaia di ragazze da “rieducare” venivano sottoposte a punizioni corporali e costrette a lavorare in condizioni semi-schiavili nelle lavanderie degli istituti, che spesso erano vere e proprie lavanderie industriali a servizio di alberghi e ristoranti privati (la storia di queste case è raccontata nei film Magdalene e, in parte, Philomena, ancora nelle sale). Il Vaticano dovrebbe indagare su questa storia – chiede la Commissione – cosicché chi si è macchiato di crimini possa essere giudicato e che «un risarcimento adeguato possa essere pagato alle vittime e alle loro famiglie».

 

Infine, ma strettamente collegato alla “riservatezza” con cui vengono gestiti molti casi da parte delle istituzioni ecclesiastiche, viene duramente criticata la prassi di non denunciare alla magistratura i preti pedofili. «In virtù di un “codice del silenzio” imposto a tutti i membri del clero – si legge nel rapporto – , difficilmente i casi di abusi sessuali sui minori vengono denunciati alle autorità giudiziarie». Invece, chiede la Commissione Onu, dovrebbero essere «immediatamente rimossi» dagli incarichi pastorali – ma oltre 400 preti sono stati dimessi dallo stato clericale nel biennio 2011-2012, più del doppio rispetto al biennio precedente – e segnalati alle autorità civili dei Paesi in cui vengono commessi i reati.

 

«Il Vaticano ha violato la Convenzione dell'Onu sui diritti dell'infanzia», ha concluso in maniera lapidaria la presidente del Comitato Onu sui diritti dell'infanzia, Kirsten Sandberg, presentando il rapporto. «Non hanno fatto tutto quello che avrebbero dovuto fare».

 

«L’atto di accusa nei confronti del Vaticano, da parte del Comitato sull’applicazione della Convenzione per i diritti del fanciullo, dice, con l’autorità di una struttura delle Nazioni Unite, quanto si sapeva ormai da tempo e quanto le vittime degli abusi da anni denunciano», commenta Vittorio Bellavite, portavoce della sezione italiana del movimento riformatore Noi Siamo Chiesa. «Le responsabilità non sono solo del singolo prete o del singolo vescovo ma risalgono fino alle strutture centrali della chiesa che hanno avuto la grave responsabilità di aver voluto lavare i panni sporchi in casa propria e così, in tal modo, di non lavarli o di farlo poco, male e con troppo ritardo. A papa Francesco spetta il compito di essere intransigente e in tempi immediati. La decisione che è stata adottata di istituire una Commissione ad hoc è del tutto insufficiente. È necessaria una direttiva che imponga agli episcopati la trasparenza e la pubblicità sempre e inoltre la denuncia all’autorità giudiziaria dei presunti colpevoli».

 

Luka Cocci

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