Stalin e la religione

Stalin (1878-1953) era il nome di battaglia di Iosif Vissarionovic Dzugasvili, georgiano.


Sua madre l’avrebbe voluto sacerdote. Lo mandò a studiare nel seminario teologico ortodosso di Tiflis dal 1895 al 1899, senza alcuna conseguenza ambita in famiglia. La madre vedeva nel sacerdozio una soluzione per il futuro del figlio, il cui padre era un alcolizzato e un violento. Stalin ricevette un’educazione umanistica di notevole livello che sfruttò in modo soltanto machiavellico. Fu comunista e naturalmente fu un ateo accanito. Come tutti i comunisti improvvisati, non volle capire che abbandonava una fede per abbracciarne un’altra. Lo stesso Lenin, mente finissima, ne era contagiato. Si riteneva un grande uomo di Stato: peccato che quest’ultimo non ci fosse. Gli zar l’avevano sistematicamente trascurato, la Russia viveva alla giornata.


L’ateismo comunista russo nasceva dall'osservazione di un’ingiustizia di base: la ricchezza della Chiesa e la povertà della gente. Quando, nel 1922, scoppia una tremenda carestia, Lenin ordina la requisizione dei beni ecclesiastici e la prigione per coloro che vi si oppongono. Ottiene qualche risultato, ma riceve anche opposizioni decise. Lenin muore nel 1924 e Stalin, un po’ a sorpresa (era considerato un compagno rozzo per via della parlata georgiana) ne prende il posto e, senza alcuno scrupolo, scatena una terribile persecuzione contro gli ecclesiastici. Gli storici calcolano che dal 1917 al 1941 circa un milione di fedeli fu fatto passare per le armi. Due milioni e mezzo finirono nei gulag. Centinaia di migliaia nelle prigioni russe, per anni, senza alcun riguardo. Non si sa quanti ne morirono. I numeri sono enormi e non si sa quanto attendibili (ci vuole una macchina mostruosa per simili imprese), ma certamente Stalin, che entrò in gioco già nel 1923 con Lenin morente a causa di un’emorragia cerebrale, fu il più grande persecutore religioso della storia. Egli voleva sradicare totalmente la religione e imporre un nuovo tipo di umanità: un’umanità obbediente a un nuovo credo, senza legami astratti, senza dipendenze celesti. Stalin voleva esserne il mentore più affidabile. Egli aveva una visione orwelliana della realtà futura che voleva imminente. Pretendeva di cambiare la gente con una specie di bacchetta magica irta di spine. La Chiesa comunque resistette, affidandosi al rifugio catacombale e sperando nella provvisorietà delle misure repressive. Stalin aveva però fatto mettere per iscritto, già nel 1926, che la fede attentava allo Stato e al partito, di cui lo stato beneficiava. Il beneficio era dato da un ordine poliziesco e da un’economia discrezionale da parte del potere.


Riuscì nell'opera di sradicamento di una pratica, quella religiosa, considerata obsoleta, indegna dell’uomo nuovo? Stalin ci provò e riprovò. Di fronte a difficoltà insormontabili (la Chiesa clandestina) pretese una dichiarazione di lealtà da parte del metropolita Sergj (Stragorovskij) che il metropolita stesso firmò per quieto vivere e che fu sommessamente, ma decisamente disattesa. Tutta questa persecuzione, diretta specialmente contro la Chiesa cattolica (quasi totalmente distrutta in Russia), ebbe una sospensione a partire dal giugno 1941, data dell’inaspettata invasione nazista: qui Stalin giocò con spregiudicatezza il suo machiavellismo e parlò alla Patria con il cuore in mano come se fosse una comunità di fratelli, ecclesiastici compresi. Il machiavello si era reso necessario dalla constatazione che in fondo la Russia seguitava a simpatizzare per la Chiesa. Il dittatore georgiano arrivò a liberare clericali ortodossi, detenuti da anni in prigione, e a chiamarli alle armi. Ci fu un via libera alla religione che fece aprire alla conversione alla fede numerosi soldati dell’Armata Rossa. I figli scrivevano alle madri, con orgoglio, che si erano fatti benedire dai sacerdoti. Prima della battaglia di Stalingrado, Stalin fece convocare dei sacerdoti affinché celebrassero un rito propiziatorio. Allo stesso tempo diede ordine all'aviazione di sorvolare Mosca per tre volte portando con sé l’icona della Madonna di Tichvin, un’iniziativa di carattere apotropaico. Durante tale periodo, Stalin divenne mistico, citava la Bibbia, diceva di non essere ateo. Nel sistemare la sua biblioteca, raccomandava di non rifilargli libri contro la divinità. Infine, la prova del suo misticismo si ebbe l’otto settembre del 1943 quando rispolverò la carica patriarcale, vacante da parecchi anni, come annullata, affidandola al già citato metropolita Sergj, al quale confessò che intendeva fare un centro religioso mondiale a Mosca, scavalcando Roma. Il dittatore georgiano odiava il potere secolare romano, un potere incontrollato da quello laico e anzi spesso condizionante il secondo.


Nel riattivare il patriarcato, Stalin recuperava la mentalità zarista (e bizantina) per cui il patriarca non può che essere nominato dal re (in questo caso, dal dittatore): il Nostro aveva finalmente capito che presso il popolo, la massa, il carisma religioso funzionava ancora bene perché i fedeli erano persone semplici, facilmente ingannabili, sia in buona sia in cattiva fede. Questo carisma si era come radicato e sicuramente non era sradicabile con la forza. Meglio una certa convivenza a patto che si stabilisse da subito chi fosse il più forte. Sicuramente era più forte Stalin, grazie al clima di terrore che era in grado di mantenere, ma questo mantenimento non era comunque capace di cancellare secoli di sottostoria che tuttavia teneva a bada la storia superiore, in altre parole regnava con essa attraverso l’esercizio di un potere spirituale divenuto anche (e soprattutto) economico. Secondo diversi storici, Stalin in definitiva non era né ateo né credente. Era un opportunista che strafaceva, con non poca crudeltà, perché la ricchezza fosse distribuita più equamente in Russia. Era una pretesa catartica che non poteva mantenere per via delle molte forze contrapposte e delle varie resistenze (si pensi ad esempio alla questione dei kulaki). Di sicuro la sua catarsi fallì e la religione, vuoi nera vuoi rossa, ebbe di nuovo la meglio. Logicamente, in tutto ciò il comunismo non c’entra per niente, mentre la spiritualità vera ha ben poco a che vedere con la Chiesa, vuoi cattolica vuoi ortodossa. Le due dittature sono macchine avide di consenso, non di partecipazione. In quanto tali da evitare come la peste.

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Commenti: 1
  • #1

    Horacio Teodoro Parenti (martedì, 07 aprile 2015 20:50)

    Cosa è una "spiritualità" senza religione...? Un circolo quadrato?