Il Papa è un problema per i Repubblicani americani

Negli ultimi due anni molti politici americani di destra hanno criticato alcune prese di posizione di papa Francesco giudicandole troppo “di sinistra” (una critica che il Papa ha ricevuto più volte anche all'interno della Chiesa). Come spiega un recente articolo di Amy Davidson sul New Yorker, però, nei prossimi mesi la cosa può diventare un grosso problema in vista della prossima campagna presidenziale statunitense del 2016. Quattro dei possibili candidati repubblicani alla presidenza sono infatti cattolici – Chris Christie, Jeb Bush, Paul Ryan e Rick Santorum – e potrebbero trovarsi nella scomoda posizione di dar conto delle dichiarazioni di papa Francesco, diventato ormai piuttosto popolare anche negli Stati Uniti. Tenete a mente altre due cose: che nella storia degli Stati Uniti non c’è mai stato un candidato presidente repubblicano che fosse cattolico, e che il Papa visiterà per la prima volta gli Stati Uniti nel settembre del 2015 in occasione del Meeting mondiale delle famiglie, che si terrà a Philadelphia (il 24 settembre parlerà anche al Congresso: sarà il primo Papa a farlo). Negli ultimi due anni il Papa ha spesso criticato il capitalismo chiedendo una maggiore eguaglianza sociale. Negli ultimi mesi ha inoltre favorito il riavvicinamento diplomatico fra Cuba e gli Stati Uniti – il suo ruolo di mediatore è stato riconosciuto sia da Barack Obama sia da Raul Castro – e ha espresso posizioni più morbide di tutti i suoi predecessori sugli omosessuali («Se una persona è gay chi sono io per giudicarla?») e l’utilizzo di pratiche anticoncezionali. Quest’anno inoltre, il Papa dovrebbe pubblicare la sua prima enciclica – cioè una lunga lettera “ufficiale” su un argomento specifico – sul tema del cambiamento climatico (un tema molto controverso e politicizzato negli Stati Uniti), nella quale a meno di sorprese esprimerà una posizione filo-ambientalista. Tutti i quattro possibili candidati repubblicani cattolici hanno criticato il Papa almeno una volta, negli scorsi mesi. Paul Ryan per esempio, come riporta il New Yorker, ha sottolineato che il Papa «viene dall’Argentina: un posto dove il vero capitalismo non esiste». Marco Rubio, 43enne senatore della Florida (uno stato dove vive una grande comunità di esuli cubani che votano repubblicano), ha criticato la nuova politica di rapporti fra Stati Uniti e Cuba dicendo che il Papa dovrebbe occuparsi invece «delle questioni di libertà e democrazia». Scrive inoltre Davidson che «i maggiori candidati repubblicani, a eccezione di Christie, sul tema del cambiamento climatico vanno dalla negazione all’indifferenza: lo stesso Jeb Bush ha detto di essere “scettico” riguardo al fatto che i problemi climatici siano stati provocati dall’uomo». La figura del Papa, almeno recentemente, non è mai stata una figura ingombrante nella politica statunitense. Come racconta il New York Times «durante l’amministrazione Reagan i repubblicani conservatori consideravano Giovanni Paolo II un loro potente alleato, a causa delle sue posizioni anti-comuniste e anti-abortiste». Anche Benedetto XVI negli Stati Uniti è ricordato soprattutto per le sue posizioni conservatrici sugli omosessuali, l’aborto e le pratiche anticoncezionali. Un sondaggio del 2007 dell’istituto Pew, comunque, riporta che i cattolici rappresentano circa il 23,4% della popolazione, che è a maggioranza protestante (51,3%). In molti da anni criticano i repubblicani per le loro idee arretrate sui temi sociali (diseguaglianze economiche e welfare) e sulle questioni religiose. Davidson, sul New Yorker, spiega comunque che le posizioni del Papa «costringeranno i candidati repubblicani a prendere delle posizioni e ad affrontare dei temi che avrebbero preferito evitare». Un editoriale del Washington Post di due anni fa, inoltre, spiegava che i repubblicani per guadagnare consensi non dovrebbero semplicemente abbandonare le proprie idee, bensì cercare di «emulare» lo stile di Papa Francesco. Da cardinale, Bergoglio esortò i fedeli a «difendere i diritti dei bambini non nati combattendo l’aborto anche se vi perseguiteranno, calunnieranno, o uccideranno». Ma insistette anche sul fatto che «nessun bambino dovrebbe essere privato del diritto di nascere, di essere nutrito e di andare a scuola». Anche Associated Press ha ricordato che Bergoglio «arrivava in bus nella propria parrocchia, promuoveva maratone e corsi di carpenteria, consolava madri single e lavava i piedi dei tossicodipendenti in riabilitazione». Non è sufficiente quindi, per i repubblicani, votare a favore di una scelta più ampia sulla scuola: devono passare del tempo con studenti in difficoltà di scuole fatiscenti. Non è sufficiente criticare l’assistenzialismo: devono riuscire ad aiutare le persone intrappolate in questi meccanismi ad ottenere delle competenze che li sollevino dalla dipendenza dello Stato. Non è sufficiente lamentarsi della retorica “classista” di Obama: devono passare del tempo a lottare per i più deboli.


Luisa Placido

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