Sconti fiscali alla Chiesa, l’Europa riapre il caso

L’Europa riapre il fascicolo sugli sconti fiscali concessi dai governi italiani alla Chiesa e alle associazioni non profit. Si tratta in particolare dell’esenzione dal pagamento di Ici e Imu sugli immobili di proprietà degli enti ecclesiastici (e senza fini di lucro) in vigore, con diverse sfumature a seconda del colore dei governi, dal 2005. Una somma che, secondo i calcoli dei Comuni, raggiungerebbe i 4 miliardi di euro. E che potrebbe rimettere in discussione anche le nuove regole approvate nel 2012 da Mario Monti e la stessa Tasi attualmente in vigore.


La decisione, di qualche giorno fa, non arriva da Bruxelles, sede della Commissione europea, ma da Strasburgo, dove c’è la Corte di giustizia. I giudici di Strasburgo hanno bacchettato la Commissione che liquidò come irricevibile un ricorso presentato dai Radicali italiani – l’ex deputato Maurizio Turco e il fiscalista Carlo Pontesilli –, invitandola, entro il prossimo 10 dicembre, a spiegare nel merito le proprie ragioni: ovvero perché non costrinse il governo italiano a chiedere indietro a Chiesa ed enti non profit le tasse non pagate.


La vicenda è lunga e complessa. Nel 2005 il governo Berlusconi – dopo una sentenza della Cassazione che condannò le suore zelatrici del Sacro cuore di L’Aquila a versare l’Ici perché nel loro istituto ospitavano a pagamento anziani e studentesse – stabilì l’esenzione totale dall’Ici per gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano attività anche commerciali, purché «connesse a finalità di religione o di culto». L’anno successivo il governo Prodi corresse il tiro giocando di avverbio e precisò che l’esenzione riguardava gli immobili destinati al culto e allo svolgimento di attività assistenziali, didattiche, sanitarie, sportive e ricettive purché «non abbiano esclusivamente natura commerciale». Le situazioni limite furono sanate, ma le esenzioni rimanevano ampie, tanto che lo stesso Bersani, all’epoca ministro dello Sviluppo economico, ammise che la norma lasciava spazio ad una cospicua «casistica di confine».


Nello stesso periodo i Radicali fecero appello all’Europa, sostenendo che le esenzioni concesse dal governo italiano si configuravano come un illegittimo aiuto di Stato che distorceva il mercato. Nel 2012 Bruxelles riconobbe la violazione, ma contestualmente chiuse la questione sostenendo che sarebbe stato impossibile quantificare le somme dovute. Una pietra tombale, rimossa ora dalla Corte di Strasburgo che chiede alla Commissione di spiegare nel merito le ragioni di quella decisione. Entro il 10 dicembre arriverà la risposta da Bruxelles, dopodiché si arriverà a sentenza e, se il comportamento della Commissione venisse sanzionato, il conto per la Chiesa italiana potrebbe essere molto salato.


«C’è un giudice a Strasburgo, visto che non l’abbiamo trovato a Bruxelles», commenta Maurizio Turco. «La decisione della Corte è molto importante perché di fatto rimprovera alla Commissione di averla buttata in politica, cioè di non aver agito da “guardiana” dei Trattati, ma di aver preso una decisione politica. Ed è la dimostrazione che il Vaticano ha molti santi non solo in paradiso e a Roma ma anche a Bruxelles».


Se arrivasse la condanna – che formalmente riguarda solo il passato – potrebbero essere rimessi in discussione anche i criteri che attualmente regolano la Tasi: ovvero esenzione per le cliniche private che hanno una convenzione con il Ssn e per la scuole paritarie che chiedono una retta annuale non superiore a 6-7mila euro (dai 5.739 euro delle scuole per l’infanzia, ai 6.914 euro per le superiori); mentre dovrebbero pagare tutti gli altri immobili, tranne – la formulazione è piuttosto ambigua – gli spazi organizzati «non in forma imprenditoriale». «Il problema – spiega Turco – non è tanto farli pagare per il passato, quanto affermare che dal 2005 in poi c’è stato un continuo regalo da parte dello Stato. E costringere l’Italia a cambiare anche le norme attuali».


Luka Cocci

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