Consiglio permanente Cei: il presidente continua a sceglierlo il papa

Quello della modifica dello Statuto per l’elezione diretta, da parte dei vescovi, del presidente della Conferenza episcopale italiana, era il punto più atteso dell’ordine del giorno del Consiglio permanente della Cei dello scorso 27-30 gennaio. Ma la “svolta democratica” – suggerita e incoraggiata dallo stesso papa Francesco – non c’è stata: i vescovi hanno rispedito al mittente la proposta, e il presidente della Cei continuerà ad essere scelto dal papa, confermando così l’unicità della Chiesa italiana, la sola Conferenza episcopale al mondo che non elegge il proprio presidente.

 

Presidente eletto? I vescovi dicono no

«Le Conferenze regionali ribadiscono l’importanza che sia salvaguardato il peculiare rapporto tra la chiesa che è in Italia e il santo padre», si legge nel comunicato finale del Consiglio permanente, presentato dal neosegretario della Cei, mons. Nunzio Galantino, in conferenza stampa lo scorso 31 gennaio. «In questa luce, si ritiene che la nomina del presidente della Cei debba continuare ad essere riservata al papa, sulla base di un elenco di nomi, frutto di una consultazione di tutto l’episcopato». Questa è la novità, segno che comunque qualcosa è successo: una rosa dei nomi piuttosto ampia – di solito le “rose” indicano tre nomi, in questo caso saranno una «quindicina», «in modo tale che non si possa dire che l’abbiano di fatto scelto i vescovi», puntualizza Galantino – all’interno del quale il pontefice individuerà il presidente, quindi con un largo margine di discrezionalità.

 

I dettagli procedurali sono ancora da mettere a punto – se ne riparlerà nella sessione primaverile del “parlamentino” della Cei – ma il Consiglio permanente ipotizza due strade: la prima «prevedrebbe una consultazione riservata di tutti i singoli vescovi», le cui indicazioni verrebbero poi fornite direttamente al papa, senza nessuna scrematura; la seconda, come in una sorta di “doppio turno”, «aggiungerebbe a tale procedura un ulteriore passaggio, altrettanto riservato nelle procedure e nei risultati, nel quale l’Assemblea generale verrebbe chiamata a esprimere la propria preferenza su una quindicina di nomi, corrispondenti ai candidati maggiormente segnalati».

 

Sembra aver prevalso, quindi, una mediazione fra la posizione “democratica” e quella di chi voleva che nulla fosse modificato.

 

Nessuna novità rispetto allo Statuto vigente per quanto riguarda il segretario generale («la maggioranza chiede che sia un vescovo e che sia nominato dal papa su una rosa di nomi, proposta dalla Presidenza, sentito il Consiglio episcopale permanente») e i tre vice presidenti, che continueranno ad essere eletti dall’Assemblea.

 

Una Cei più collegiale

Meno appariscente, ma tutt’altro che irrilevante, appare invece la «diffusa domanda di revisione delle modalità di lavoro» degli organismi della Cei, che sembra spingere in direzione di una maggiore partecipazione, fino ad ora evidentemente piuttosto carente. Si chiede «uno snellimento dei punti all’ordine del giorno, un alleggerimento delle sessioni e delle comunicazioni, l’eventuale delega ad altri organi (Consiglio permanente o presidenza) di alcune competenze». Si chiede inoltre «di inviare per tempo a domicilio i materiali da discutere in assemblea» e che «tanto l’ordine del giorno quanto i temi della prolusione siano formulati sulla base di contributi fatti previamente pervenire dalle Conferenze regionali». E proprio le Conferenze episcopali regionali sono, secondo i vescovi, i livelli intermedi da potenziare, perché risultano essere l’«ambito propizio per l’esercizio della collegialità, favorita sia dal numero ridotto dei membri che consente il confronto, sia dall’omogeneità culturale e sociale di tante problematiche». Pertanto viene richiesta «una regolare consultazione previa dell’ambito territoriale, tramite i presidenti e i segretari, in occasione della preparazione delle riunioni del Consiglio permanente e, soprattutto, dell’Assemblea», anche per consentire «il loro apporto tanto per l’ordine del giorno quanto per la prolusione».

 

Non c’è l’obbligo di denuncia

All’ordine del giorno del Consiglio permanente c’erano anche altre questioni, a cominciare dall’approvazione del testo definitivo delle linee-guida antipedofilia della Chiesa italiana. Il punto maggiormente controverso riguardava il nodo dell’obbligatorietà della denuncia alle autorità civili dei preti pedofili. Non era prevista nella prima stesura, e non è presente nemmeno (con buona pace del Rapporto del Comitato Onu per i diritti del fanciullo, v. notizia su questo numero) nella versione finale, che verrà resa nota nelle prossime settimane, dopo il placet della Congregazione per la Dottrina della Fede.

 

«Il vescovo non è un pubblico ufficiale che deve fare la denuncia», ha spiegato mons. Galantino. «Non deve difendere il prete o la vittima, ma deve impegnarsi a far emergere la verità, nel suo ambito, che non è quello giudiziario. Quando saranno pubblicate – assicura – vedrete che i vescovi sono dalla parte delle vittime, anche se non escludono che possano esservi a volte false accuse e che in quel caso bisogna tutelare l'accusato: è successo anche che un prete si togliesse la vita per essere stato accusato ingiustamente, e poi si è scoperto che non era colpevole».

 

Sinodo: difesa della famiglia tradizionale

Si è parlato anche, sebbene in maniera piuttosto sbrigativa, del questionario predisposto dalla Santa Sede in vista del Sinodo sulla famiglia del prossimo ottobre. Il questionario «ha riscontrato una risposta pronta e capillare», si legge nel comunicato finale del Consiglio permanente. E sui contenuti viene affermato che «gli interpellati manifestano il desiderio di trovare nel Sinodo indicazioni capaci di sollecitare un rinnovato annuncio del vangelo del matrimonio e della famiglia, a fronte di problematiche che in maniera sempre più invasiva tendono a scardinare dal punto di vista antropologico i fondamenti della famiglia». Mons. Galantino ha fornito qualche dato in più, sebbene piuttosto generico: hanno inviato la loro riposte alla Cei 170 diocesi su 226 (ma nulla viene detto sull’effettivo livello di partecipazione popolare all’interno delle diocesi) e, spiega, nella stragrande maggioranza dei casi «prevale la difesa della famiglia tradizionale formata da un uomo ed una donna uniti in matrimonio». Insomma, secondo la Cei, tutto bene e soprattutto tutto in linea con il magistero

 

Luka Cocci

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