Torna a crescere l’otto per mille alla chiesa cattolica. Ma non è merito di papa Francesco

Dopo cinque anni consecutivi di calo, torna a salire la percentuale dei contribuenti italiani che decidono di destinare la quota dell’otto per mille della loro Irpef alla chiesa cattolica. La crescita è minima, appena uno 0,27% in più dello scorso anno – dall’82,01% del 2013 (sulla base delle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2011) all’82,28% di quest’anno (dichiarazioni dei redditi presentate nel 2012) –, tuttavia dopo 5 anni di lenta, ma progressiva emorragia di consensi si tratta di un’inversione di tendenza. 


E l’evento non è da attribuire all’effetto papa Francesco, che semmai si farà sentire già dal prossimo anno, quando i calcoli verranno effettuati sulla base delle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2013, l’anno in cui Jorge Bergoglio è stato eletto al soglio pontificio. 


Si tratta non di una percentuale assoluta – l’82,28% di tutti i contribuenti –, ma solo fra coloro che scelgono una destinazione dell’otto per mille, ovvero circa il 45% dei cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi (il restante 55% lascia tutte le caselle in bianco, ma la loro quota viene comunque ripartita proporzionalmente in base alle scelte di coloro che hanno firmato). Quindi in realtà è poco più del 36% dei contribuenti a scegliere di destinare il proprio otto per mille alla chiesa cattolica.


In termini monetari, alla chiesa cattolica nel 2014 sono stati assegnati 1.055.321.000 euro, 23 milioni in più dello scorso anno (quando si fermò a quota 1 miliardo e 32 milioni di euro), il quarto miglior incasso di tutti i tempi, dopo 1 miliardo e 148 milioni ottenuto nel 2012, 1 miliardo e 119 milioni nel 2011, 1 miliardo e 67 milioni nel 2010 (le cifre non corrispondono all’andamento percentuale delle firme perché sono determinate dal gettito complessivo dell’Irpef che è piuttosto variabile). 


Durante l’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana dello scorso 19-22 maggio, i vescovi hanno approvato la ripartizione dei fondi che grosso modo – sebbene ci sia qualche piccola variazione – corrisponde alla tendenza degli ultimi anni: il 40% ad «esigenze di culto e pastorale», il 37% al sostentamento del clero e il 23% ad interventi caritativi, che però sono i protagonisti quasi assoluti delle campagne promozionali.


In particolare ad «esigenze di culto e pastorale» sono stati destinati 433 milioni (13 in più dello scorso anno), di cui 156 milioni alle diocesi per culto e pastorale, 180 per l’edilizia di culto (120 per le nuove chiese, 60 per la tutela dei beni culturali ecclesiastici), 42 milioni per la catechesi (16 in più del 2013), 12 milioni per i tribunali ecclesiastici regionali e 43 milioni per non ben specificate «esigenze di rilievo nazionale». Per il sostentamento del clero sono stati riservati 377 milioni di euro, 5 in meno dello scorso anno, non perché «ai preti sia stato diminuito lo stipendio, ma perché il bilancio dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero è stato migliore del previsto», ha precisato il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, durante la conferenza stampa conclusiva. Per gli interventi caritativi sono stati destinati 245 milioni di euro, 5 milioni in più del 2013 (quelli “risparmiati” dal sostentamento del clero), così suddivisi: 130 milioni alle diocesi, 85 per il cosiddetto Terzo mondo e 30 per esigenze di rilievo nazionale.


Luka Cocci


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