Tra Gaza e Mosul, la 1ª sconfitta geopolitica di papa Francesco

Carta di Laura Canali
Carta di Laura Canali

L'avanzata dei qaidisti in Iraq e la ripresa del conflitto tra Israele e Hamas: dal Medio Oriente arrivano notizie preoccupanti per un pontefice che su Mesopotamia e Palestina si è esposto personalmente.

 

Bergoglio, che come ogni gesuita ospita in sé un filosofo della storia, diffida per istinto dei trattati fra gli uomini, quando inventano nazioni sulla carta e tracciano confini artificiali, destinati a non reggere “nemmeno con la colla”.

 

Deve sembrargli questa la sorte imminente dell’Iraq, concepito un secolo fa in laboratorio: al pari della vecchia Jugoslavia, ormai “ex” e citata espressamente a mo’ di esempio da non ripetere, nell’intervista di giugno su La Vanguardia.

 

Tuttavia lo sfratto esecutivo che il califfo dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi ha intimato ai cristiani di Mosul agli occhi del Papa non infrange soltanto gli accordi tra Sykes e Picot, che in nome di Londra e Parigi si spartirono il Medio Oriente, ma il patto millenario e irrevocato tra dio e Abramo, padre comune delle tre fedi monoteiste.

 

Nella geografia “economica” del pontefice argentino, la terra fra il Tigri e l’Eufrate conserva un asseto più importante del petrolio per il futuro dell’umanità. Se all’analisi geopolitica il paesaggio iracheno risulta infatti teatro di una infinita odissea d’Oriente, da cui l’Occidente ancora non fa ritorno, all’anamnesi religiosa offre invece il background di un ritorno alle origini, quando Est e Ovest costituivano una sola civiltà. Nel nome di Abramo.

 

È questa la radice che al-Qaida in definitiva punta a estirpare, separando e serrando i ranghi confessionali. Un disegno che Francesco d’Arabia credeva di avere scongiurato con la campagna di Siria, in una corsa contro il tempo, sbarrando la strada di Obama sulla via di Damasco e concentrando le “divisioni del Papa” sul fronte orientale. Dove però, a un anno di distanza, conosce e subisce la prima sconfitta del pontificato.

 

Il viaggio kennediano in Terra Santa e il summit successivo in Vaticano hanno esposto troppo e troppo personalmente il Successore di Pietro, in veste di protagonista, per sottrarlo al bilancio negativo di queste ore, che fanno registrare un generale peggioramento delle condizioni e un ulteriore arretramento delle posizioni della chiesa, nonostante l’attivismo del suo leader.

 

Invece di aprire un “buco nel tetto”, immagine del vangelo proposta da Bergoglio per sollevare il processo di pace dalle dispute planimetriche, il confronto è finito sotto terra, letteralmente, nei tunnel della Striscia, rovesciando l’auspicio del papa e completando una involuzione che parte da lontano. Nel 1996.

 

Sul finire di quell’anno, entravo nella stanza di Benjamin Netanyahu a Gerusalemme, la stessa dove un giorno mi ero ritrovato faccia a faccia con Yitzhak Rabin e gli avevo chiesto di raccontarmi il suo sogno di pace, in una lunga intervista testamento. “Molti ritengono che adesso sarebbe inutile fare a Lei la stessa domanda, signor primo ministro, perché Netanyahu non sogna...", buttai là provocatorio al nuovo premier, vincitore a sorpresa su Shimon Peres nella battaglia delle urne, contro le aspettative di Karol Wojtyla.

 

Anche per Jorge Bergoglio, diciotto anni dopo, l’utopia di una visione politica “alta” costituisce la barriera invisibile, l’unico e autentico “protective edge” o margine protettivo che dir si voglia, oltre il quale la storia scivola nella barbarie. Nella sua lettura gesuitica e sofisticatamente manichea degli eventi, come luoghi dell’eterna contesa tra il bene e il male, non esiste la terra di mezzo. L’assenza di sogni materializza gli incubi. La realpolitik è l’anticamera dei mostri.

 

Va letto in tal senso, in filigrana e fra le righe, il comunicato con cui la Santa Sede di fatto ha condannato la politica di Netanyahu, confermando l’affinità di vedute e lo spirito di “condivisione” con Peres e Abu Mazen, “uomini di pace che vogliono la pace”. Ma che oggi vengono risucchiati dal conflitto, il quinto tra arabi e israeliani. A quarant’anni dal Kippur. Ben oltre, ben altro che una terza Intifada.

 

Nel grande Medio Oriente, che dalle spiagge di Gaza si estende ai contrafforti del Kurdistan, Bergoglio avverte drammaticamente il nesso dei significati simbolici e collegamenti “sotterranei”, per rimanere in tema di metafora, fra l’esodo dei cristiani che risalgono le montagne, in fuga da Mosul, e assalto dei commando di Tsahal, che scendono nei cunicoli di Hamas. Chiudendo i passaggi delle armi e moltiplicando quelli dell’odio.

 

Si tratta di una ramificazione profonda, di una rete per ora indecifrata di canali e stati d’animo, sentimenti e risentimenti che attraversano l’immaginario dell’Islam, sfuggendo all’infrarosso delle forze speciali, come pure agli specialisti dell’analisi. Ma che potrebbero riportare in superficie, a un millennio dalle crociate, la bestia e la bestemmia, il virus e il contagio della guerra di religione, mentre il mondo arabo assiste alla morte come mosche dei suoi figli, senza percepire, da parte occidentale, uno sgomento uguale a quello per l’eccidio dei ragazzi di Hebron.

 

E la “paralisi delle coscienze”, contro cui Bergoglio si era scagliato in una celebre omelia, si erge dalle macerie come il Moloch della Bibbia, che quotidianamente aggiorna ed esige il suo tributo di giovani vittime.

 

Piero Schiavazzi

 

Per approfondire: Le conseguenze di Francesco

 

 

Articolo originariamente pubblicato su Huffington Post

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