Cappellani (un po’ meno) militari? Qualche apertura dall’Ordinariato per l’Italia

«Ai cappellani militari i gradi non servono e non interessano. Ci interessa solo avere la garanzia e gli strumenti per poter continuare ad esercitare il ministero pastorale di assistenza spirituale alle donne e agli uomini delle Forze armate». Ad affermarlo, alla trasmissione “Cittadini in divisa” trasmessa da Radio Radicale e condotta da Luca Marco Comellini, è stato il vicario episcopale dell’Ordinariato militare per l’Italia, mons. Angelo Frigerio. «E questa – ha aggiunto – è anche l’opinione dell’ordinario militare, mons. Santo Marcianò, e del presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco».

 

La dichiarazione del numero tre della diocesi castrense è una novità e segna un’inversione di marcia rispetto alla direzione fin qui mantenuta dall’Ordinariato militare, che ha sempre respinto ogni proposta di smilitarizzazione dei cappellani arrivata da alcuni settori del mondo cattolico e da alcune forze politiche. «Lo so che la cosiddetta “militarità” può fare problema e sembrare fuori posto per un prete. Ma c'è una ragione», aveva spiegato anni fa in un’intervista a Famiglia Cristiana l’allora ordinario militare mons. Angelo Bagnasco, che evidentemente, prestando fede alle parole di mons. Frigerio, ora ha cambiato idea. «Il senso di appartenenza alle Forze armate è altissimo. È un mondo con regole precise. Il sacerdote, per essere pienamente accolto, ne deve far parte fino in fondo, convinto che il rispetto delle persone e dell'ambiente passa anche attraverso la loro totale condivisione». Anche dei gradi quindi. E il quotidiano dei vescovi Avvenire, quando nel 2007 i Verdi presentarono una proposta di legge per smilitarizzare i cappellani militari, la bocciò senza appello: «Chi conosce almeno un po’ il mondo militare e le sue regole – scriveva il direttore Marco Tarquinio –, sa che per risultare efficaci al suo interno bisogna esserci. E, da anni e anni, i cappellani militari vivono con efficacia la loro missione pastorale e umana tra i soldati, dimostrando, con Sant’Agostino, che l’autorità e il “grado” coincidono con impegnativi doveri di servizio, proprio perché non sono e non appaiono come un ‘corpo estraneo’».

 

Mons. Frigerio invece oggi dice che i gradi non servono più e che i cappellani – attualmente inseriti a pieno titolo, e quindi anche stipendiati, nella gerarchia militare dal grado più basso, quello di tenente del cappellano semplice, al più alto, tenente generale o generale di corpo d’armata, dell’ordinario – possono essere smilitarizzati, purché sia salvaguardata la possibilità di esercitare il ministero fra i soldati. Verrebbe così realizzata la proposta di Pax Christi e delle Comunità di base che da decenni chiedono la smilitarizzazione dei cappellani. «Nessuno vuole difendere le forme esistenti, purché si possa continuare a mantenere la presenza fra i militari, solo questo ci interessa», prosegue mons. Frigerio, che però non si spinge fino a sostenere l’idea di abolire l’Ordinariato, «strumento necessario per poter svolgere il servizio», perché «a seguire le truppe in missione all’estero non può andare un viceparroco qualsiasi, ma un prete appositamente preparato». Ma sulla smilitarizzazione conferma: «Mi servono i gradi per celebrare l’eucaristia? No. Mi servono i gradi per confessare? No. Mi basta poter svolgere il ministero pastorale e avere gli strumenti per farlo».

 

Il cerino, a questo punto, passa al governo e in particolare al ministro della Difesa. Lo strumento per attuare la riforma ci sarebbe già: l’Intesa prevista dall’articolo 11 del Nuovo Concordato del 1984 che avrebbe dovuto regolare il rapporto fra Stato e Chiesa in merito alla presenza dei preti nelle Forze armate («l'assistenza spirituale è assicurata da ecclesiastici nominati dalle autorità italiane competenti su designazione dell’autorità ecclesiastica e secondo lo stato giuridico, l'organico e le modalità stabiliti d'intesa fra tali autorità»), ma non è stata mai discussa né ratificata. Ci sono stati solo atti unilaterali da parte dello Stato, certamente mai rifiutati dalla Chiesa che dalla situazione vigente - ovvero la militarizzazione dell’Ordinariato i cui costi, oltre a stipendi e pensioni dei preti soldato, sono a carico dello Stato - trae notevoli vantaggi economici. Si confermano pertanto errate le parole con cui, alla fine del 2012, l’allora presidente della Camera Gianfranco Fini respinse come inammissibile un emendamento dei Radicali alla legge di riforma delle Forze armate per sottrarre al Ministero della Difesa gli oneri dll’Ordinariato: circa 17 milioni di euro l’anno (10 per gli stipendi e 7 per le pensioni, più alcuni extra, come i seminari di aggiornamento spirituale. La proposta», disse, «incide sullo status del personale, materia oggetto d'Intesa tra il governo e la Cei». Un’Intesa che però non esiste perché Stato e Chiesa non l’hanno stipulata.

 

«La Chiesa italiana è pronta – conclude mons. Frigerio –, il governo convochi il tavolo e cominciamo la discussione». Cosa faranno il presidente del Consiglio e il ministro della Difesa?

 

Luca Kocci

 

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