La “missione impossibile” della chiesa del potere

Quella italiana, in ordine ai rapporti fra religione, politica e democrazia, è una situazione particolare, generata da cause concomitanti: una fede prevalente – quella cattolica –, nell’immaginario comune considerata come «la religione degli italiani»; un’istituzione ecclesiastica organizzata in maniera gerarchica e verticistica, capillarmente diffusa sul territorio e influente nel “Palazzo”; un sistema dell’informazione conformista che, tranne poche voci fuori dal coro, si affida alle autorappresentazioni della Conferenza episcopale italiana, dando così della Chiesa italiana l’immagine di un blocco unitario e monolitico – ignorando quindi sia la frammentazione sia la varietà del mondo cattolico – e contribuendo, consapevolmente o meno, a rafforzare l’idea di un’Italia «monoreligiosa».

 

L’esito è la convivenza di «due chiese», quella «del potere» e quella «della fede»: la prima si applica, talvolta con successo, ad imporre per legge quello che non riesce a trasmettere con l’annuncio e la testimonianza (vedi le campagne sui «principi non negoziabili»); la seconda, tranne le eccezioni dei combattivi eredi della stagione del dissenso cattolico e dei gruppi rimasti fedeli alla lezione del Concilio che non hanno rinunciato a prendere la parola, ripiega nel particolare e si rifugia nello spiritualismo, senza più sperare un cambiamento dell’istituzione ecclesiastica. La possibile soluzione: una maggiore e più tenace difesa della laicità da parte dello Stato che, fra l’altro, oltre a salvaguardare le libertà dei non credenti, potrebbe ottenere anche il risultato di proteggere la «chiesa della fede» dalla «chiesa del potere».

 

È la tesi del libro di Marco Marzano (sociologo all’università di Bergamo, già autore di Quel che resta dei cattolici, Feltrinelli, 2012) e Nadia Urbinati (docente di Teoria politica alla Columbia university di New York), Missione impossibile. La riconquista cattolica della sfera pubblica, pubblicato dal Mulino (pp. 138, euro 14).

 

Il punto di partenza è l’idea della «società postsecolare» di Jürgen Habermas, secondo la quale, fallita la profezia dell’arretramento delle religioni e della corrispondente avanzata del secolarismo, la religione si appresterebbe a riconquistare lo spazio pubblico perduto e ad offrire alla democrazia le proprie potenzialità sociali ed etiche, che gli Stati liberali non sono in grado di garantire. Una tesi che, con approcci diversi – storico-sociologico quello di Marzano, filosofico-politico quello di Urbinati –, gli autori confutano, rilanciando il valore della laicità che, a scanso di equivoci, non significa laicismo.

 

In un contesto «monoreligioso» come quella italiano, sostiene Urbinati, quella della società postsecolare in cui le Chiese contribuiscono alla crescita della democrazia “prestandole” il proprio apparato etico, è un’idea come minimo ingenua: più che un ampliamento della democrazia rischia di verificarsi, per esempio a livello legislativo, una «trascrizione della cultura maggioritaria», formalmente democratica, sostanzialmente “tirannica”. Si realizzerebbe – come già accaduto in qualche caso – un aggiornamento del principio cuius regio eius religio che, al culmine dello scontro fra cattolici e protestanti nei territori dell’Impero nel XVI secolo, sancì per i sudditi l’obbligo di aderire alla confessione del principe, sostituendo all’assolutismo del sovrano la dittatura della maggioranza (cattolica).

 

La tesi della democrazia postsecolare non può essere indifferente al contesto. E quindi nell’Italia «monoreligiosa» non funziona. A meno che non si realizzi un reale pluralismo religioso – in cui le fedi si limitino a vicenda – e lo Stato non intervenga con una potente iniezione di laicità e di «ethos costituzionale».

 

Il tema allora non è tanto la libertà religiosa quanto il ruolo dell’organizzazione ecclesiastica, particolarmente in Italia, concepita – secondo l’idea guida del Progetto culturale orientato in senso cristiano inventato dal card. Ruini – come una sorta di laboratorio dove, soprattutto dopo il crollo della Dc, la Presidenza della Cei si è intestata il compito di rappresentare i cattolici sulla scena pubblica. Uno schema quello di Ruini che, spiega Marzano, sembra riattualizzare quello dei Comitati civici di Luigi Gedda per le elezioni politiche del 18 aprile 1948: «Al cristianesimo spetta l’onere di salvare l’Italia dalla disintegrazione sociale e dalla “destrutturazione etica ed antropologica”, facendosi religione civile, colmando, con il suo peso, il vuoto lasciato dalla crisi delle altre tradizioni».

 

Ma si tratta di un Progetto non fa i conti con la realtà vera della società italiana, dove la secolarizzazione – nonostante lo si neghi – è in aumento (diminuiscono i cattolici praticanti, i matrimoni religiosi, ecc.); il mondo cattolico, diversamente dall’immagine di compattezza comunicata dalla Cei e amplificata dai media, è frammentato e variegato; ed è in atto una «crisi del religioso» sostanziata da un lato da parrocchie deboli e movimenti forti e dall’altro da un cattolicesimo caratterizzato da «spiritualismo, narcisismo e particolarismo». Per cui, spiega Marzano, non c’è un «ritorno al religioso» ma una «mutazione del religioso», che «si fa più visibile perché declinante e sempre più distonico rispetto alla società che lo circonda». E una configurazione di «due chiese»: un vertice che parla in nome di un popolo «che mai viene chiamato ad esprimersi» e una base che, tranne le eccezioni ricordate prima – gli eredi del dissenso e la chiesa conciliare –, nutre «un sentimento di indifferenza, di estraneità e di distanza rispetto al vertice». Un’afasia che talvolta si nota anche nei gruppi progressisti che «si sono rassegnati ad una sostanziale impotenza e si “accontentano” di vivere esperienze comunitarie locali, di educare i figli alla memoria di martiri come monsignor Romero, di formare un gruppo di acquisto equo e solidale, di dar vita a un blog, di attivare una comunità Notre Dame, e così via. Sanno di non poter cambiare gli orientamenti di fondo dei vertici, anche perché non possiedono tutti insieme nemmeno un millesimo della visibilità pubblica dei vescovi, della loro influenza, del loro solidissimo insediamento tra le élite del Paese».

 

Luca Kocci

 

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