"Acqua Santissima” di Gratteri e Nicaso: “chiesa scelga da che parte stare”

Tra le tante, sono due le prospettive da cui appare molto interessante studiare un fenomeno che – soprattutto nell'ultimo periodo – sta tenendo banco nei salotti televisivi, tra le pagine dei giornali e nei dibattiti più o meno impegnati. Nel rapporto tra 'ndrangheta e Chiesa, infatti, due sono gli aspetti che fanno discutere: il primo, riguarda i mafiosi che pregano, battendosi il petto e che, quando uccidono, chiedono l'appoggio della Madonna. Il secondo, molto più delicato, si riferisce ai preti che, in alcune circostanze, si sarebbero dimostrati complici silenziosi, anelli di congiunzione tra due mondi apparentemente inconciliabili. Tante le pubblicazioni che, tra elementi ritenuti oggettivi e supposizioni più o meno fantasiose, mettono al centro un legame che sembrerebbe esistere da tempo, forte di un'approvazione che lo renderebbe reale e indiscusso. Ultima, in ordine di tempo, "Acqua Santissima – la Chiesa e la 'ndrangheta: storia di potere, silenzi e assoluzioni", edito da Mondadori, di Nicola Gratteri , Procuratore Aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e Antonio Nicaso , storico delle organizzazioni criminali. Un libro che sta facendo molto discutere. La pubblicazione analizza il complesso e delicato rapporto tra Chiesa e 'ndangheta, attraverso documenti inediti. La presentazione si è svolta presso l'Archivio di Stato di Reggio Calabria. Quello che spinge i due autori – forti di uno studio approfondito della materia, frutto dei tanti anni di lavoro svolto (non senza conseguenze anche spiacevoli, in particolare per il Procuratore Aggiunto) in prima linea nel contrasto e nello studio alla criminalità organizzata – è dimostrare che ciò che finora in molti hanno negato, considerandolo un argomento tabù pieno di insidie e difficile da affrontare, è un fatto riconosciuto, alimentato da un silenzio complice e dimostrato da eventi (recenti e non) realmente accaduti. Ma ciò che entrambi vogliono sottolineare è il sentimento che li ha spinti a portare avanti questo lavoro: "Questo è un libro che parte dall'amore per la Chiesa. Abbiamo descritto la Chiesa che ci piace, che ci emoziona – ha sottolineato Gratteri – esempi positivi che molti altri dovrebbero seguire, come don Pino Demasi che, nella Piana di Gioia Tauro, si frappone fisicamente fra i ragazzi che coltivano i terreni confiscati alla 'ndrangheta e i mafiosi ai quali quei terreni sono stati tolti. La sua è un'opposizione chiara, netta, senza mezzi termini e, purtroppo, ne paga le conseguenze. La Chiesa è a un bivio: deve decidere da che parte stare. Per portare avanti questo lavoro – ha sottolineato – abbiamo chiesto la collaborazione a cardinali e preti che, con scuse puerili, non hanno voluto parlare con noi". Si parla di Chiesa. Ma la Chiesa è fatta di uomini: preti codardi che, nel migliore dei casi, abbassano la testa. E preti coraggiosi, che ci mettono la faccia, pagando questa scelta, in alcuni casi, con la propria vita. E il ruolo della memoria è fondamentale, perché quel sacrificio non sia stato vano. Vittime che, a volte, proprio dalla Chiesa vengono dimenticate. "E' il caso di don Antonino Polimeni e don Giorgio Fallara uccisi nel 1862 a Ortì da quella che allora si chiamava Picciotteria. Di questa vicenda – ha ricordato Antonio Nicaso – non c'era traccia neanche nell'archivio diocesano di Reggio Calabria. Si sentivano soli, abbandonati: "non siamo più sicuri né in casa, né in Chiesa" dicevano". E' vero: la Chiesa è fatta di uomini, ma questi dovrebbero seguire tutti la stessa direzione, facendo propri gli esempi positivi. Come don Italo Calabrò, prete reggino che ha impegnato le sue energie per contrastare la mentalità mafiosa: "Don Italo ha avuto il coraggio di decostruire il mito: è andato in piazza a gridare che quelli sono uomini del disonore, che non hanno coraggio". Nicaso lo ha sottolineato, sta tutto nel concetto di perdono: "La Chiesa deve essere misericordiosa e perdonare tutti. Però il perdono deve tenere conto della conversione, e questa non può non dare frutti nella società. I mafiosi – ha ribadito – non possono pentirsi davanti a Dio ma non farlo di fronte agli uomini perché – nella loro mentalità – chi si pente davanti agli uomini è un infame. Queste logiche andrebbero spazzate via con voce ferma"

 

Chiesa per i mafiosi significa spiritualità potere temporale, due facce della stessa medaglia che sono strettamente legate. Da una parte il ruolo che la religione assume nei meccanismi di quel mondo contorto, fatto di mafiosi che frequentano abitualmente parrocchie e confessionali. Di santini bruciati durante i riti di affiliazione e di preghiere scritte sui muri: "Dio, proteggi me e questo bunker". Di Bibbie sui comodini e rosari stretti tra le mani. "Faccio il magistrato da 26 anni – racconta Gratteri – e non trovo covo dove manchi un'immagine della Madonna di Polsi o di San Michele Arcangelo". Lo ha detto più volte il Procuratore Aggiunto: quella dei mafiosi è una vocazione autentica. Da un sondaggio in carcere risulta che l'98% dei mafiosi intervistati si dichiara religioso. "Prima di ammazzare, lo 'ndranghetista prega: si rivolge alla Madonna per avere protezione. E' come se gli altri stessero violando le leggi mafiose e lui, per questo, è costretto a uccidere". Un'attenzione morbosa verso i Santi e verso la Chiesa che nella 'ndrangheta è sempre esistita e che rappresenta – in quel contorto meccanismo fatto di regole e sacralità - una sorta di autoassoluzione per i delitti peggiori. Un mondo che usa i sacramenti per sancire alleanze, per stringere legami di potere.

 

Dall'altro c'è una 'ndrangheta che si considera legittimato da una religione adoperata a proprio uso e consumo, e una Chiesa (una parte di Essa) che, tra collusioni e omissioni, sarebbe addirittura complice di questo meccanismo: "A partire dall'Ottocento e per decenni gli uomini della 'ndrangheta hanno beneficiato del silenzio e dell'indifferenza (spesso interessati) della Chiesa. Solo dagli anni Cinquanta cominciano a registrarsi le prime denuncie e le prime lettere pastorali , e la 'ndrangheta diventa un cancro esiziale. Il mafioso vero, che investe, che ricicla denaro, che dunque ha potere vero, è proprio quello che per anni si è nutrito delle connivenze con la Chiesa: lo 'ndranghetista vuole stare vicino al prete – ha spiegato Gratteri - ha bisogno di lui. Farsi vedere vicino al prete in processione è un segnale di potere: a Sant'Onofrio, ad esempio, i nuovi affiliati alla 'ndrangheta fanno una sorta di asta per portare sulle spalle San Giovanni, mentre i 'veterani' portano in spalla la Madonna. In passato ho detto che secondo me non è opportuno che un prete frequenti determinate persone – ha detto – e lo dico ancora: in una realtà come la nostra non si può dire di non sapere chi sono i mafiosi"

 

Qualcosa, però, forse sta cambiando. E nette prese di posizione arrivano proprio da chi – nel mondo ecclesiastico – ricopre un ruolo da protagonista: "Papa Francesco con la sua opera sta scardinando un vecchio sistema. Vuole fare trasparenza, anche attraverso piccoli gesti". Una rivoluzione, quella del Papa, fatta attraverso l'umiltà, che viene da una cultura diversa dalla nostra e da un'esperienza di vita fatta di autentico amore: "Papa Francesco andava nelle favelas a parlare del Vangelo e ad aiutare, per quel poco che poteva, i poveri quando nessuno lo conosceva. E' il prototipo di Papa giusto. Sta seguendo un percorso che ha già tracciato: fin dall'inizio, sa benissimo dove vuole arrivare. Sta mettendo in discussione il potere reale all'interno del Vaticano che si relaziona col potere reale all'esterno del Vaticano. Speriamo che viva ancora a lungo e che nessuno gli faccia lo sgambetto".

 

Valeria Guarniera 

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