La solitudine di don Puglisi

Nei giorni della beatificazione di don Pino Puglisi, in pochi hanno ricordato che, negli ultimi anni trascorsi a Palermo prima di essere ucciso dai sicari di Cosa Nostra, i rapporti tra il parroco di Brancaccio e i vertici della chiesa palermitana, a cominciare dall’arcivescovo della città, il cardinale Pappalardo, non furono così sereni e pacifici come il trionfalismo della beatificazione ha sembrato invece avvalorare.

Non ci furono scontri, ma isolamento e solitudine.

Quell’isolamento che però, come sa bene chi vive in terra di mafia, spesso diventa il preludio della condanna a morte.

 

Lo spiegava anche Giovanni Falcone a Marcelle Padovani, nel libro intervista Cose di Cosa Nostra, poco prima di essere ucciso egli stesso: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno».

Una storia di isolamento e di mancato sostegno che, per molti aspetti, si è ripetuta anche per don Puglisi: «La chiesa oggi lo fa beato, ma quando serviva una mano nessuno gliela diede a don Pino. Lui a un certo punto si trovò solo a Brancaccio», racconta il fratello di don Puglisi, Gaetano, intervistato da Mario Lancisi, autore di una documentata biografia che ricostruisce la vita, l’azione, il metodo pastorale e il martirio – comprese le resistenze di chi si opponeva al suo riconoscimento – del parroco di Brancaccio, appena pubblicata da Piemme (Don Puglisi. Il Vangelo contro la mafia, pp. 318, euro 17.50).

«Ma è soprattutto nell’estate del 1993, quando ci furono gli attentati incendiari alle porte degli esponenti del Comitato intercondominiale, le minacce, i pestaggi, che mio fratello Pino fu lasciato solo.

Dalla sua chiesa di Palermo e dallo Stato.

E pensare che lo disse anche al cardinale Pappalardo che a Brancaccio bisognava mandare qualcuno, che occorreva sorveglianza».

Oggi i rapporti con la curia sono buoni, precisa.

«Ma allora, quando Pino era minacciato, poteva essere fatto qualcosa per mio fratello. Sono rimasto deluso, lo devo dire con sincerità.

E il fatto che ora lo facciano beato non ripaga l’amarezza».

 

Non è solo il fratello Gaetano a ricordare la solitudine di don Puglisi, ma anche altri testimoni che con don Pino lavorarono gomito a gomito, oppure si occuparono, a vario titolo, del suo assassinio.

«È stato abbandonato sicuramente sia dalla chiesa che dallo Stato. Dalla Curia e dal mondo cattolico non veniva mai nessuno a Brancaccio. Eravamo soli, con nessuno a cui fare riferimento», racconta a Lancisi suor Carolina Iavazzo, che per due anni ha vissuto in parrocchia con don Puglisi, insieme ad altre due religiose delle sorelle dei poveri di santa Caterina da Siena. «Ci ignoravano – prosegue la religiosa che oggi vive e lavora in Aspromonte, in Calabria – per il fatto che noi portavamo problemi. E per la mafia questo è stato sicuramente un messaggio forte, preciso. Era un messaggio muto».

E don Gregorio Porcaro, all’epoca viceparroco – anzi comparroco, come lo rinominò Puglisi – a Brancaccio, prima di abbandonare lo stato clericale negli anni successivi, ricorda la diffidenza degli altri preti palermitani nei confronti di quel parroco che «cercava guai».

Pino Martinez era uno dei leader del Comitato intercondominiale di via Hazon (sede dei palazzoni lasciati in stato di abbandono dall’Amministrazione comunale e diventati terra di conquista dei boss che, negli scantinati degli edifici, avevano realizzato una sorta di “zona franca” dove esercitavano diverse attività criminali), che tanto collaborò con don Puglisi per la rinascita sociale di Brancaccio: «Il cardinale Pappalardo non scese mai in campo per tuonare contro la mafia che voleva intimorire la parrocchia e il Comitato. Anzi la scelta che fece, secondo me strategica, per impedire la collaborazione con il Comitato, fu quella di nominarlo, nell’ottobre 1992, direttore spirituale del seminario arcivescovile. So, e me lo fece capire padre Puglisi, che c’era una volontà di impegnarlo anche nel pomeriggio o comunque di allontanarlo da Brancaccio quanto prima. Lui però mi disse che non aveva intenzione di andare via dal quartiere».

«Io penso che da soli non si muore. Ma noi eravamo completamente isolati», conclude Martinez, sulla scia di Falcone.

«Penso che forse Puglisi si sarebbe salvato se la chiesa di Palermo gli avesse dimostrato aperta vicinanza quando cominciò la stagione delle intimidazioni», ma «l’amara verità è che lo Stato e la chiesa sapevano ma non intervennero».

Una solitudine, quella di Puglisi, che «interpella le responsabilità delle istituzioni, ma anche quelle della chiesa e dei cristiani», aggiunge l’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli.

Ci sono i ricordi, ma anche i fatti.

Come le difficoltà che don Puglisi incontrò per l’acquisto dell’edificio che poi diventerà il Centro Padre Nostro: la curia anticipa 30 milioni di lire per il compromesso, e poi basta.

Don Pino organizza lotterie e raccolte di fondi.

Alla fine stipula un mutuo di 180 milioni con le banche: lo paga grazie al suo stipendio di insegnante di religione nella scuola statale.

 

O come l’incontro mancato il 10 luglio 1993, poche settimane prima di essere ucciso, con Pappalardo, che sembrava quasi volesse evitare di incontrare il parroco di Brancaccio: un’ora di anticamera prima di vedere il cardinale sgaiattolare via frettolosamente dal palazzo arcivescovile.

«Quell’incontro non era in agenda», si è sempre difesa la curia.

Ma Martinez, presente in quella circostanza insieme a diverse altre persone per essere ricevute dall’arcivescovo, smentisce: «Che l’appuntamento fosse stato fissato me lo disse, e lo ricordo benissimo, padre Puglisi.

Era una persona inappuntabile e non si sarebbe mai permesso di andare a trovare, con tutti noi, il cardinale senza un appuntamento».

Un incontro mancato che Pappalardo sembra quasi voler recuperare poche ore dopo l’uccisione di Puglisi.

Racconta Lorenzo Matassa, uno dei pm che seguì l’inchiesta sul delitto, che mentre si trovava in ospedale, davanti al cadavere del parroco, arrivò il cardinale: «“Le volevo dire che la comunità cattolica di Palermo vuole il suo martire…”.

E io: “Scusi non ho capito…”. “Sì invece, ha ben compreso… Noi vogliamo il nostro martire… perché don Pino è il nostro martire.

Domattina vogliamo il corpo e faccia presto perché il corpo di padre Puglisi deve essere, domattina stessa, in cattedrale”.

Ma come? – commenta Matassa – Di fronte a un magistrato e a un medico legale che stanno svolgendo delle indagini, il capo della chiesa palermitana si preoccupava del rito?

Aveva bisogno del suo martire da offrire alla vista della comunità dei fedeli… Voleva il martire… E la verità?».

 

Anche se poi l’atteggiamento della chiesa di Palermo sarà piuttosto freddo, se non addirittura teso alla rimozione.

Nel comunicato della curia l’indomani dell’omicidio, nota Lancisi, si parla genericamente del parroco di Brancaccio ucciso per aver contrastato «ogni deviazione e corruzione comunque denominata».

E un mese dopo, al termine della manifestazione per ricordare Puglisi, Pappalardo non usa la parola mafia, ma si limita a dire che è stato ucciso «perché la sua opera di elevazione morale e di liberazione sociale era di ostacolo a chi vuole mantenere uno stato di predominio e di sfruttamento sulla popolazione e sulle fasce più sprovvedute e più deboli».

«Fatemi un favore! Da questo momento togliamoci dalla testa questo cadavere», avrebbe poi detto don Mario Golesano – così racconta Porcaro –, il successore di don Puglisi a Brancaccio.

Di lì a poco, non a caso, tutti quelli che furono i più stretti collaboratori di don Pino lasceranno la parrocchia. «Da quel momento preciso – aggiunge l’ex viceparroco – abbiamo assistito al progressivo smantellamento di tutto».

E Caselli, “costretto” dagli uomini della sua scorta a cambiare ogni domenica la chiesa dove poter partecipare alla messa, rievoca le omelie dei preti palermitani nei mesi successivi all’omicidio di don Puglisi: «Non mi ricordo di aver sentito parlare di mafia in modo significativo.

Non è che si deve sempre parlare di mafia, ma parlarne ogni tanto per favore sì.

Soprattutto come peccato sociale.

La chiesa è stata sempre giustamente severa contro l’ideologia totalitaria del comunismo, mentre ha spesso dimostrato colpevole tolleranza verso la sacralità cristiana della mafia».

Del resto, nemmeno al processo per l’assassinio di Puglisi, la chiesa di Palermo darà un segno e non si costituirà parte civile.

Allora, la beatificazione di oggi può essere letta anche come una sorta di pentimento postumo della chiesa per tutto ciò che non fece e non disse quando don Puglisi era ancora vivo e per l’isolamento in cui lo confinò.

Il libro di Lancisi aiuta a non perdere la memoria.

 

Luca Kocci

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