Religiosi e soddisfatti? Questione di contesto.

Nel mondo si professano decine di religioni, per limitarsi alle principali.

E se si distinguono le diverse forme di culto e le diverse pratiche, includendo anche le religioni minori e quelle più moderne si arriverebbe probabilmente a contarne migliaia.

Eppure il senso religioso, terreno della filosofia, non è stato oggetto di indagine scientifica fino a relativamente poco tempo fa (casomai l’interesse è andato in senso contrario…), o almeno non in modo sistematico, sebbene già Sigmund Freud avesse affrontato l’argomento soprattutto con L’avvenire di un’illusione, del 1927.

Oggi però la psicologia e le neuroscienze, ma più in generale anche le scienze sociali, stanno cominciando ad approfondire le nostre conoscenze in materia.

Come ricordano Vittorio Girotto, Telmo Pievani e Giorgio Vallortigara, «i bambini vengono al mondo con una propensione fortissima ad attribuire significato ai fenomeni dell’ambiente in cui vivono», anche se non basta a spiegare perché sembriamo «nati per credere» che il mondo sia progettato con qualche precisa finalità.

Gli scienziati cognitivi non sono unanimemente concordi sulle ragioni evolutive che ci hanno portato a essere una specie «credente», tuttavia ci sono elementi per ritenere che la selezione naturale potrebbe aver favorito le credenze in entità sovrannaturali per rendere gli individui più rispettosi delle norme morali di una comunità o per rafforzare la coesione sociale e la cooperazione all’interno dei gruppi.

Un’ipotesi, questa, confermata in qualche misura da recenti ricerche che hanno dimostrato come i credenti godano di maggiore benessere e migliore salute rispetto ai non credenti.

Eppure, almeno in Occidente, il numero di quanti si professano non credenti o almeno non appartenenti ad alcuna religione è in aumento.

Così, racconta Sandra Upson, si è fatta strada l’idea che il maggior grado di soddisfazione generato dall’appartenenza a un gruppo religioso sia legato all’importanza attribuita a questo aspetto dal contesto sociale e dalle condizioni socio-economiche del luogo in cui si vive.

Ovvero, chi è religioso ha maggiori benefici psicologici «solo dove si dà più valore alla religione».

Casi particolari sono paesi come la Svezia e la Danimarca, dove la maggior parte delle persone «battezza i figli, si sposa in chiesa e paga una tassa per la chiesa», eppure sono pochi quelli che frequentano una chiesa o che considerano importante la religione.

Forse, come sostiene Ed Diener, psicologo dell’Università dell’Illinois, «la religione può aiutare la gente a essere felice, ma ci sono altre cose che possono fare lo stesso. Una società pacifica e cooperativa, anche senza religione, sembra avere lo stesso effetto».

Di sicuro studiare gli effetti psicologici della religione non ci dirà nulla sull’esistenza di dio, ma potrà esserci utile a capire qualcosa di più delle società umane.

E magari, fosse vero, a renderle migliori.

 

Luciano Surace

Presidente UAER

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