L'uomo solo, Ratzinger.

Mi piacque molto sapere, del cardinal Ratzinger, avvicinandosi il giubileo del Duemila voluto dall’inesorabile Woytila, che era contrario ad un Anno Santo proclamato (quasi) esclusivamente per tuffi di Papamobile tra folle di giovani in delirio. A lui i bagni di folla non piacevano, né le schitarrate rock durante la messa conciliare. Resterà, indenne da sangue versato, uno dei Gods that failed del secolo XX. 

Circa il movente decisivo che ha determinato le sue impensabili dimissioni, il librone sul Romanticismo tedesco di Rüdiger Safranski può fornircene una spiegazione non banale, una chiave di cassaforte d’anima dal contenuto tragico. Per quel che invece è visibile, il progressivo sfacelo del corpo, sotto abito bianco o nero o saio giallo o completo grigio Facit, basta a legittimare qualsiasi volontà di abbandono. Sono suo coetaneo, appena di qualche mese più giovane, e grido grido grido, con strazio di Giobbe, di Geremia, l’orrore della vecchiaia.  

 

Tutto quel che stambura in metafora sugli anni che non vorremmo il vecchio Qohélet, noi poveri fragili vecchi lo sperimentiamo indicibilmente. E tuttavia mi si manifesta vero, in tutta la sua imponenza reverenziale, il verso di Miguel Hernández del Tren de los heridos

En un rincón de carne cabe un hombre

Interpreto liberamente: «In un fondo di carne ci sta pur sempre un uomo». Tali siamo, noi enigmi di sofferenza, coordinate di oscure espiazioni. 

 

Il Papa Joseph non può continuare ad esistere, sia pure clandestinamente, come ex-Benedetto XVI. Solo il transito da Papa (Pontifex Maximus) a NIEMAND gli è consentito; vivere nascosto, da Nessuno, da irreperibile eremita. In India - un’India forse che non esiste più - gli sarebbe facile diventare un’asceta mendicante, un bramino errabondo, un sàdhu. In Italia, in Europa, questo rinnegamento completo dell’identità non mi pare possibile, e un vago impegno compromissorio di rimanere una presenza umbratile entro le mura vaticane offuscherebbe il senso delle sue dimissioni. 

 

Anni fa avevo fatto chiedere da «La Stampa» se il cardinal Ratzinger fosse disposto ad accordarmi una intervista. La formale risposta fu che occorreva presentare una serie di domande alle quali poi attenermi. Finì lì: m’illudevo che a uno scrittore fosse permesso, anche con un alto prelato, conversare liberamente - di Dio, della vita, della morte, senza scricchiolii di scarpe sulle uova messe in fila. Ma non l’avrei certo immaginato su un trono di monarca assoluto strettamente sorvegliato. Credo si fosse nel 1999, e davanti alla memoria di entrambi era incombente l’attraversamento di un secolo spaventoso e cifrato. Senza pretesa di creare magicamente una possibilità di ponte tra quel che nel pensiero è assoluta voragine, un simile colloquio alla fine del secolo, vigilia Torri Gemelle (grinta nera del Male) tra il rigido teologo del Santo Uffizio e uno scrittore cento per cento eretico, pendolare tra monismo spinoziano e dualismo cataro-bogomilo, avrebbe avuto per se stesso una significanza. A ciascuno la sua verità, ma al di là di queste, sempre parziali e mai indiscutibili, una testimonianza suscitabile sulla realtà spirituale, che non è meno crudele o meno spietata di quella percepibile. 

Dio mio, la gara di adulazioni non gli è mancata. L’adulazione e l’ottimismo forzato mai si tolgono un momento gli occhiali rosa. Uno straordinario transito da Papa a Nessuno, dalla dubbiosa gloria di Roma ad un un agghiacciato Niemandsland, non merita altro segno umano che un rigoroso rispetto. Ma abbiamo l’ungere nel sangue, da Cesare a tutti i Papi, non si guarisce da questo. 

 

Depapizzarsi è difficile come essere ebreo secondo il proverbio yiddish. Chi vorrebbe autodepapizzarsi al posto dell’infelice Ratzinger, prima e dopo nella fossa dei leoni dei suoi terrificanti cardinali? La solidarietà gli è venuta dai critici meglio pensanti della cultura laica, laicista, liberale; da quella papistica, per lo più luoghi comuni di schieramento. Difficile anche non immaginare una Chiesa, nei prossimi anni, lacerata sanguinosamente da scismi, perché il sognare religioso dell’uomo (I have a dream può ciascuno di noi, vivendo e soffrendo, dire) viaggia viaggia sempre, e da ormai lunghissimo tempo da dietro quelle alabarde, da quella finestra d’Angelus, dal fiato di quei palazzi, quale alimento gliene viene? Chi vuole oggi sognare cristiano trova centinaia di chiese e di gruppi ben poco amici di Roma che ne accolgano le nostalgie e le rivolte. 

Al di là della spoliazione dell’abito bianco, la parola del salmo 10, 4 (Vulg. 109) Tu es sacerdos in aeternum, non lo abbandonerà.  

Un bel saluto gli viene offerto, a Joseph, dal poeta veggente della Galizia ebrea Paul Celan, in Svolta del respiro

Ruh aus in deinen Wunden 

durchblubbert und umpaust. 

(Riposa nelle tue ferite 

accerchiato di ribollimenti). 

 

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