Nel cielo dei cristiani brillano le tenebre.

Il cielo è un luogo reale, esistente, innocente, ovvero, se si vuole, è un luogo di stelle, di pianeti, di meteoriti, di galassie, di buchi neri, di quasar, di spazi infiniti pieni e vuoti; il cielo è un luogo di atomi, di neutrini, di bosoni, di particelle infinitesimali, di oggetti micro e macro che sfrecciano a destra e a manca a velocità sbalorditive; il cielo è un luogo di scontri frontali tra piccoli e grandi fenomeni; è il luogo di numerosi mondi, luogo di astri accesi, di fornaci, di lampadari celesti, di palle di fuoco incandescenti e spente; il cielo è il luogo della materia, materia che si vede e materia invisibile.

Il cielo è anche la dimora della forma, della specie, della vita, della scienza, dei filosofi.

Di più. È un nobile rifugio per i romantici, i poeti, gli artisti; sito di stupori e meraviglie a non finire; sito di sogni, di chimere, di utopie, di fughe, fughe dalla terra e dalla realtà.

Il cielo è la patria di tutti quelli che amano la libertà di pensiero, la libertà di immaginare, di sognare, di costruire castelli in aria. Il cielo è la sorgente e la fonte dell’immaginazione, del fantastico e dell’apertura mentale.

 

Jurji Gagarin, il primo uomo astronauta che solcò in lungo e in largo il cielo, una volta lì, la sua prima idea fu quella di cercare dio.

Ovvia curiosità, desiderava, come tanti altri, trovarsi faccia a faccia col Creatore del mondo. Pensava, dato che era lui il primo a volare lassù, pensava che questo privilegio gli spettasse.

Cercava anche il paradiso, cristo, la madonna, gli angeli.

Di questi ultimi si immaginava di vederne tanti.

E più si inoltrava nello spazio aperto, più guardava intenso e ansioso dal suo oblò sperando che i suoi occhi si imbattessero d’un istante all’altro in ciò che stavano cercando.

Ad un certo punto il suo cuore si era messo a battere furiosamente solo all’idea che avrebbe potuto incontrare il signore.

Infine, dopo ore e ore di ansia, di tensione, di eccitazione; infine, dopo migliaia e migliaia di chilometri, dopo aver scrutato ogni angolo del cielo e in ogni angolo vide che c’era solo il vuoto e il nulla; infine, quando dall’oblò del suo veicolo spaziale si rese conto che non si vedevano altro che le solite cose che si vedono dalla terra; quando realizzò questo, intuì, capì, si illuminò, iniziò, così, di punto in bianco, euforicamente, come si fosse liberato d’un lungo incubo, iniziò a urlare e a trasmettere ai suoi fratelli comunisti che la favola della chiesa era solo una favola e nulla più, perché lì, nel cielo, non c’era né dio, né paradiso, ne niente, solo tenebre, tenebre e basta, tenebre che brillavano.

“Tranquilli, fratelli russi, tranquilli, perché qui non c’è nessun dio, nessun bau bau.Sono tutte balle quelle che ci raccontano i cristiani.”

Ma il cielo non è solo il luogo degli astronauti e della fisica, dei poeti e dei filosofi, degli utopisti e dei romantici, è anche il luogo, appunto, dei cristiani, dei credenti, dei preti, di quelli che ci hanno costruito città, paradisi, limbi, dèi, creatori, dio, altri mondi.

Esiste, però, tra i credenti e gli altri, una bella differenza.

Mentre per i poeti il cielo rappresenta solo una fuga dell’immaginario e per gli scienziati un grande laboratorio spaziale, per i credenti in generale e per i cristiani in particolare, il cielo diventa la loro casa, la loro realtà, la loro vera sostanza, insomma, diventa l’eternità del vivere.

Ecco come il cielo, luogo per eccellenza di polvere stellare e di astri, nella testa di questi signori, si trasforma in sogni e deliri mentali.

Oggi, dopo l’evento Gagarin e religiosamente parlando, cosa rimane ancora del cielo dei cristiani?

Un triste sinistro paesaggio, un mondo di tenebre, un buco nero, un vuoto freddo e allucinante.

Però, nonostante questo paesaggio desolato e spettrale, nonostante ciò, se uno ha l’udito fine, sensibile, attento, in questo immenso cimitero fantastico, può udire dei rumori, gridi, bestemmie, lamenti, imprecazioni, stridor di denti, maledizioni, accuse, rimproveri, violente critiche; può sentire, toccare quasi con mano la rabbia e i rancori, può immaginarsi vendette a non finire e, alla fine, può udire tante tantissime urla, urla di sdegno, sdegno sviscerato di tutti quelli che morirono invano, morirono ingannati, traditi; di tutti quelli che immolarono la loro vita, la loro unica vita, alla favola dell’orrore.

 

Francis Sgambelluri

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